Milano – Nairobi - Venerdì 14 novembre 2008

sabato, 22 novembre 2008

 


14-11 nairobi nov 2008 005bRieccomi qui. Una birra e un aereo. Entrambi olandesi, stavolta. Come il (fin troppo) sorridente personale di bordo. Due improbabili tramezzini smocked chicken e cheese honey mustard griffati Trattoria e una birra con la stella rossa accompagnano la vista di un tramonto lisergico nel mio aperitivo ad alta quota. Ormai l’abitudine e la fede hanno fatto il loro corso andando a lenire le mie care vecchie vertigini concettuali. Il vecchio bus con le ali continua a pretendere di beffarsi della gravità terrestre convincendomi che questa eresia sia reale. Sempre più facilmente ormai. È il bello ed il brutto dell’invecchiare, penso. L’infantile stupore cede il passo ad una rassicurante quanto subdola certezza. La sicurezza dei numeri, della tecnologia e delle statistiche. Mi dicevano che se si vuole essere sicuri che non ci siano bombe sul proprio aereo conviene portarsene una a bordo. È già molto improbabile che ce ne sia una. Che ce ne siano addirittura due è praticamente impossibile. Sicurezza. Che parola. Oh, le parole. Poco fa la direzione dell’aeroporto avvisava i gentili passeggeri che, per motivi di sicurezza, si possono portare a bordo liquidi solo se in contenitori di max 100 ml se tenuti in apposite buste trasparenti e presentati separatamente al bagaglio. E questo dovrebbe darmi sicurezza? Ma poi ho pensato che gli unici liquidi che mi interessano, vino e birra, erano già sull’aereo. E questo sì che mi ha tranquillizzato. A ‘sto giro ho mancato il vino. Non così il mio serioso e tranquillo vicino che infatti placido si rilassa dopo aver interrotto la lettura di De Zahir. Fuori dal mio oblò adesso è buio. Solo l’ala, due stelle ed una luce rossa contromano di un altro bar ad alta quota. Mentre deglutisco l’ultimo sorso penso proprio che non ci siano tempo e condizioni per ottenere un bis. Vabbè, mi rifarò più tardi. Ammesso che riesca a trovare in tempo il gate F06 per tornare a sud. Molto più a sud. Qualche buca fa sobbalzare il bus alato assieme alla coda formatasi fuori dalla toilette a risucchio mentre il comandante sciorina una serie di catarrose parole in arancione. E siamo già in discesa. Quando si accendono le spie che invitano a riallacciarsi le cinture (di sicurezza…) un ragazzo in gilet mi offre sempre fin troppo gentile e sorridente un crispy biscuit with caramel filling. Forse per addolcire l’amara comunicazione del divieto assoluto di fumare in tutto l’aeroporto di Amsterdam. Peccato. Anche questa volta il trittico dell’alexanderplatz dovrà attendere per chiudersi. Ma tanto ho smesso di fumare. È facile smettere di fumare. Io ci sono riuscito tantissime volte. La strada in discesa imboccata per la pista è tutta curve nebbia e buche. Quasi quasi ricomincio a fumare. Buca. Se riusciamo ad arrivare nell’immagino solito asettico aeroporto nordeuropeo. Curva. Magari ancora chiuso in bagno. Buca. Magari anche subito. Magari anche no. Ancora nebbia. Poi luci arancioni. Atterraggio quasi morbido. Nessun applauso liberatorio. Pochi passeggeri affetti dalla sindrome di Peter Pan. Molti compassati businessman. Apparentemente vecchi. Soprattutto dentro. Dopo una manciata abbondante di minuti passati in coda ad un simpatico ingorgo materializzatosi all’improvviso in testa al treno alato sono passi veloci e tapis roulant a mostrarmi quant’è grande questa stazione. E soprattutto quanto è lontano il mio gate F06.  Squallida periferia lontana dalle scintillanti vetrine del centro aeroportuale quasi come Kibera dalla citytown di Nairobi. Valutazione orario. Missione fulminea nella toilette. Niente sigaretta reclusa stavolta. Solopisciasciacquonesciacquomanieviso. In fondo al serpentone d’attesa per l’imbarco c’è la fiera della sicurezza. Temibili madri di famiglia vengono fatte ripassare sotto lo scanner a braccia alzate. Sospetti apparecchi per safari fotografici vengono analizzati, sezionati e smontati. Il mio malandato laptop viene individuato e costretto ad abbandonare il dolce tepore dello zaino usucapito a mia sorella. Non contenta, dopo aver sottoposto il mio corpicino a scansione probabilmente cancerogena, un’abbondante poliziotta mi chiede di attendere sulle orme predipinte a finco a me. Poi di svuotare my pockets e di esporle il contenuto assumendo una ridicola posa da predicatore. Incuriosita da ciò che le mostro mi chiede cosa siano quei cilindretti bianchi. Tante volte anche mia madre ha fatto la stessa domanda al bimbo che è in me ottenendo risposte candidamente evasive. Io rispondo filters for cigarettes e lei chiede insinuante for cigarettes? Io rispondo yes for cigarettes e penso non è che siccome siamo ad Amsterdam i filtri si usan solo per le canne. Comunque ciò non la convince e cerca ancora chissà cosa tastando le mie tasche, riuscendo in verità solo a sfiorarlo. A questo punto l’ovoidale quanto scrupolosa poliziotta sembra soddisfatta ed io posso recuperare le mie povere cose abbandonate sotto i raggi XY e accompagnarle su di un matatu volante da 400 posti con 400 minischermi, 20 schermi ed un maxischermo che poco dopo mi dicono che siamo già sopra il Luxemburg e che mancano ancora 6 ore e 51 minuti all’arrivo. Ed io, in realtà, sono ancora più lontano da dove devo andare di quando sono partito. 7 ore fa. Faccio conoscenza col mio compagno di penultima fila mentre controllo attraverso il mio oblò retrovisore se già dorme la nera gazzella che poco prima mi faceva notare di avere le gambe più lunghe di quanto io potessi arretrare il mio sedile mentre una tonda vichinga esigeva i comodi posti nei pressi dell’uscita (di sicurezza) perché aveva pagato 50 euro in più. Viene servita la mini cena. Chicken or lamb? Chicken, please. Cerco di non mangiare cuccioli, se possibile. Something to drink? Red wine, of course. Un dignitoso mini merlot francese del 2007. Noto che il mio vicino chiede solo acqua e cerco di convincerlo a prendere pure lui un mini merlot. Lui titubante mi spiega che preferisce di no, che l’indomani mattina è già al lavoro e cerca di preservarsi il più fresco possibile dopo una notte che probabilmente passerà cercando di dormire senza riuscirci. Poi finalmente capisce che la bottiglia era per me. Ma ormai  è troppo tardi. Peccato. Approfitto dell’ormai consolidata confidenza per scoprire che Gianni, questo il suo nome, fa il manager di atleti keniani. E non solo. Anche lui correva qualche annetto fa e può vantare un secondo posto alla maratona di New York. Battuto da un keniano, ovviamente. Ci scambiamo opinioni ed esperienze sul Kenya e sui Keniani, che lui critica pesantemente dall’alto dei suoi vent’anni di esperienza in materia, mentre io cerco di frapporre ostacoli economico-politico-sociologici alla sua cinica corsa al massacro. Poi son fulmini e buche profonde tra Lazio e Sardegna. E, mentre esploro i 15 canali radio e le innumerevoli e presto disilluse possibilità di vedere film e programmi tv, siam già sopra la Sicilia coi suoi piccoli raggruppamenti di luci paesane. Ed ora è mediterraneo. Ma tutto molto nero. E fra poco l’Africa. Di nuovo. Un po’ a sorpresa. Un po’ mal organizzata. Un po’ all’africana… ma siamo sicuri?
xedox mésce il vino | Alle 12:48 | link » commenti (1)
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Bentornato ai Benvegnù (Botticino 12/04/08)

domenica, 13 aprile 2008
Siamo in un periodo ricco di uscite discografiche e in un mondo in cui ognuno vuole dire la sua e per questo siamo affollati di dischi di cui non ne sentiamo proprio l'esigenza. Gli spazi sono pochi ed ognuno cerca di prendersi il suo e di gridare più forte possibile. Non è il caso di Benvegnù, che per questo disco si è (ri)costruito la sua credibilità (nel caso ce ne fosse stato bisogno) semplicemente suonando, perché questo "le labbra" così come l'EP che lo ha preceduto, un concept elaborato per essere ascoltato tra le 14 e le 19 di un qualsiasi giorno come un buon pasticcino da accompagnare al the (14-19 per l'appunto), contiene pezzi che sono stati in divenire in tutti i tour durante i quali alcuni sono stati presentati. In questo modo, questo album era per me già disco dell'anno e forse del decennio ancora prima che uscisse e l'attesa spasmodica è stata ripagata da questo ottimo lavoro.
Ogni data di questo tour è un evento atteso. A Botticino è un piccolo teatro (Teatro centro Lucia) che ospita l'ensemble Paolo Benvegnù, che si presenta come gruppo affiatato e non come solista accompagnato, perché ognuno nella band ha un ruolo importante ed attivo. Ed il teatro, come l'ambiente raccolto di un piccolo locale sono il massimo per il pubblico di affezionati che si allarga sempre di più (il passaparola funziona sempre quando la formula è sincera e riuscita) che abbraccia i Paolo Benvegnù.
Il concerto parte con "La schiena" che apre anche il disco, a mettere subito in chiaro con chi si ha a che fare, perché è uno dei pezzi più riusciti nel suo incedere  con una partenza ossessiva, senza reale ritornello, ma con questa frase (é così che ogni goccia di me scava la tua schiena lentamente con un ritmo costante) che ritorna ed il brano improvvisamente si infiamma e si placa.
Il concerto si sviluppa in me come ricerca delle proprie sensazioni, dei propri sentimenti come dei propri dolori e mentre si scava sempre più nel profondo è molto difficile non rimanere spiazzati, messi di fronte a tutto ciò. Forse è quello che si prova incontrando un musicista sincero, ed a parte l'originalità delle formule ricercate nelle canzoni, nei suoni come negli arrangiamenti, è proprio questo il successo del disco che lo rende opera senza tempo e non cd usa e getta che si lascia da parte dopo qualche ascolto.
Straniante è uno degli aggettivi che mi vengono in mente mentre ascolto alcuni passaggi di "Jeremy",  "Amore santo e blasfemo","sintesi di un modello matematico", mentre le canzoni si dilatano in alcuni momenti e lasciano libero sfogo ai musicisti. Le ritmiche si fanno serrate su "la distanza", una canzone fatta mia quando voglio scomparire senza tracce negative; i suoni si dilatano in "interno notte" ed è difficile non restare immobili e rapiti da questa bella canzone in una esecuzione da brividi.
C'è spazio anche per i brani di "Piccoli fragilissimi film" che nonostante abbiano un'evoluzione diversa rispetto alle ultime produzioni, ben si inseriscono in scaletta, insieme a qualche ricordo del passato remoto con gli scisma (simmetrie). Suggestionabili, il mare verticale e cerchi nell'acqua sono canzoni che non smetterei mai di ascoltare.
I pezzi dedicati all'amore assoluto "Cosa sono le nuvole (di Modugno) e "il sentimento delle cose", sono il momento più toccante della serata.
Il finale è come solito delirio, teatro dell'assurdo, dove "troppo poco intelligente" diventa il pretesto per il cabaret ed ogni componente del gruppo si lascia andare facendo prevalere la propria componente cazzona in un susseguirsi di comicità senza limiti. Ma è giusto sdrammatizzare e far andar via il pubblico felice con il sorriso sulle labbra perché anche se la musica è un affare importante per noi e ciò che è stato ascoltato prima è pesante, bisogna anche saper riconoscere l'insostenibile leggerezza dell'essere e quindi cantare che non v'è cosa più bella de "la cicala" o lasciarsi andare in improbabili imitazioni degli ac/dc!
jeangiani mésce il vino | Alle 21:05 | link » commenti (1)
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le nuove costruzioni in demolizione (einsturzende neubauten all'alcatraz 10/04/08)

Si sa che andando a vedere un gruppo con un nome come Einsturzende Neubauten ti guadagnerai le beffe dei tuoi amici, e con la fama che hanno uno si può solo aspettare qualche cosa di difficilmente comprensibile o quantomeno accessibile ad orecchio poco allenato. Invece il percorso che questi tedeschi hanno affrontato durante gli anni li ha portati sempre più vicino a livelli di difficoltà nell'ascolto e vicini a quella forma canzone che rende tutto più difficile perché impone certe regole, senza però compromettere la loro buona dose di innovazione e le loro peculiarità. In buona sostanza hanno mantenuto la loro personalità, il loro linguaggio musicale venendo a compromessi con qualche cosa di più pop, anche se siamo molto lontani da tutto quello che ha a che fare con la maggior parte dei "giradischi" della gente comune. Non è il voler essere d'elite. E' comunicare in modo diverso. Il concerto dell'Alcatraz, rispetto ai tour precedenti ho notato qualche cosa di molto meno "estremo" nella proposta, però il linguaggio è lo stesso. Ci sono questi ritmi tribali, ossessivi generati però con "attrezzi" che fanno parte della civiltà industrializzata, con i rifiuti prodotti da essa e sopra queste musiche e questi testi che non sono così banali. Questi attrezzi possono sembrare fini a se stessi, ma non lo sono. Ascoltare per credere. Tuttavia questo chi conosce il nome del gruppo lo sa già. Ci sono le urla lancinanti di Blixa Bargeld che sono roba da non dormirci la notte, gli strumenti classici e gli strumenti che ormai sono entrati nell'immaginario dei supporter dei Neubauten o di quelli che li seguono con ammirazione maniacale.

La scaletta del concerto si basa su pezzi dell'ultimo album Alles Wieder Offen come è ovvio che sia. Già dall'inizio i Neubauten mostrano una delle loro prerogative e dei loro punti peculiari che stanno nella capacità di costruire atmosfere per poi distruggerle (Unvollstaendigkeit), ma sono tutti concetti che si esprimono anche nel nome del gruppo. Partono con Die Wellen che si sviluppa con un crescendo che sale ed esplode quasi senza accorgersi nel suo procedere. I giri di basso di Alexander Hacke costituiscono uno degli elementi fondamentali nell'immaginario sonoro della band e questo uomo nerboruto che si agita a piedi nudi sul palco sa rendere alla perfezione sia atmosfere sognanti (Nagorny Karabach) che accompagnano il piano-synth di Ash Wednesday, tubi percossi in diverse posizioni a creare perfette soluzioni ritmiche ed armoniche (Youme & meyou) che momenti di estrema potenza (let's do it a da da) o ipnosi collettiva (weil weil weil) generata grazie al perfetto sodalizio con una sezione ritmica perfetta insieme alla fune percossa da N.U. Unruh e nella batteria di lamiere e molle del dandy Rudi Moser.  In mezzo si inseriscono i violini elettrici generati con la chitarra suonata con l'e-bow da Jochen Arbeit, mai intrusiva e tocco classico che rende perfettamente le atmosfere di certi pezzi, "Sabrina" su tutti. Sopra a tutti la voce di Blixa Bargeld che riesce a rendere poesia una lingua  dura come il tedesco, anche se, da buona prima donna, non manca  di momenti di isteria da casalinga, come quando in mezzo ad una canzone redarguisce con un " devi proprio fare le pulizie ora che sto cantando" (frase ipotetica ed ironica) il povero Unruh che stava "spolverando" la sua postazione dai vetri che aveva appena fatto cadere per inventare un suono adatto alla canzone! Ah La Blixa!
Ad un certo punto parte il pezzo creato sul momento in cui ognuno pesca una carta da una borsa e deve interpretarla durante il brano improvvisato.  E' quello che Alexander dice essere una specie di (ahah) scopa, ma che in realtà si rivela un'interpretazione delle strategie oblique proposte a suo tempo da Brian Eno per produrre per esempio Bowie nel poco celebrato Outside con risultati strepitosi ed altrettanto devianti come nel caso della musica degli EN.
C'è molta follia lucida di chi sa dove e a cosa vuole arrivare e adesso come mai non si può parlare di performance (forse questo era giusto nel passato remoto o lapidatemi), in quanto è ricerca pura e maniacale del suono come concetto per una canzone propriamente detta come giustamente vuole sottolineare Blixa quando dopo il la canzone scaturita dal gioco delle carte Alexander esclama "torniamo ad una vera canzone", riprendendolo per dire che anche quello era canzone, anche perché ci hanno messo dentro niente più e niente meno di quello che sono gli Eisturzende Neubauten. 
Peccato solo non ci sia stato spazio per Perpetuum Mobile e per il ritornello Von A nach B rinominata da me la loro teoria delle catastrofi, ma quella è un'altra storia ed un altro tempo.
 
ps : le nuove costruzioni in demolizione sono edificanti!
jeangiani mésce il vino | Alle 16:52 | link » commenti (1)
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l' "italo-americano" Cesare Basile (04/04/08 alla casa 139)

Un nuovo album di Cesare Basile ti sorprende indifeso come  un raffreddore all'inizio di una mezza stagione triste e bastarda. Ti coglie alle spalle di sorpresa, perché proprio non te lo aspettavi. Allora mi lascio contaminare dal germe come avevo fato per gli album precedenti perché sono predisposto alla "malattia" e l'amore passa, l'herpes è per sempre. Insomma Afterhours docet e citazionismo de testi di Agnelli a parte (voluto, visto che anche il Cesare ha avuto ed ha ancora a che fare con loro ed è nella loro importante cerchia di amicizie musicali del Gruppo Rock per eccellenza e di eccellenza della scena musicale italiana di un certo livello). Parlo di malattia e di stati d'animo blu perché già dal primo ascolto dei brani proposti alla casa 139 nel concerto per festeggiare l'uscita di "La Storia di Caino" si propongono le atmosfere tipiche del cantautore ché sono fatte di blues malato, melodie deviate che sono pane per i miei denti. E' un disco da ascoltare (che io mi ascolto) soffrendo in solitudine, magari in viaggio, in macchina o forse sdraiato sul letto.
Il pensiero che il disco suona americano (gli ultimi tre dischi hanno questo "sentire" comune) deve essere ricorrente e dato oggettivo, perché è stata la prima cosa che mi è venuta in mente insieme all'accostamento di Cesare Basile a De Andrè e perché non mi ha sorpreso vedere scritta la stessa opinione da giornalisti musicali di cui mi fido, su riviste (ehm Il Mucchio) di cui spesso (non sempre) condivido opinioni musicali. Ebbene sì, il blues è americano e quindi deve essere così, ma rimane il tocco del cantautore che vive a Milano, quasi che alcune canzoni fossero state scritte sì in un deserto, ma cittadino, quello di una Milano vuota o in cui ci si sente soli in mezzo alla gente o per lo meno rifiutati (ehm ..il fiato corto di Milano), e che le sponde del Missisipi siano state sostituite con le sponde dei navigli conservando un certo fascino. Inoltre ho citato De Andrè perché c'è anima blues ma c'è anche anima (salva) italiana nel disco e l'influenza  si sente soprattutto nel modo di cantare che mette l'accento sul testo e che vuole sottolineare l'importanza di ogni singola parola, soprattutto in "sul mondo e sulle luci".
Il concerto di Cesare Basile ha cambiato parzialmente volto, mantenendo essenzialmente lo spirito che già si poteva ascoltare nei tour precedenti. Il suono si è fatto più potente con l'ingresso in formazione del violino di Rodrigo Derasmo e Lorenzo Corti alla chitarra, che ormai ha aperto la sfida con Enrico Gabrielli per conquistare il trono di Re Prezzemolo in quanto a partecipazione al maggior numero di progetti musicali! Del resto se si cerca un certo suono di chitarra a chi ci si può rivolgere se non a lui? Persi per strada Marcello Caudullo alla chitarra (lo rimpiango perché aveva un gran suono) e Michela Manfroi al  pianoforte che avrebbe completato di sicuro il suono del gruppo con i suoi rintocchi, ma forse avrebbe limato troppo le asperità che forse Basile sta cercando dal vivo. Suono più potente con un violino in formazione? La risposta è banale se vengono in mente i Bad Seeds mentre si ascoltano alcuni pezzi, anche se di fronte rimane l'immagine di un Neil Young nostrano. Poi alla batteria rimane il geniale Marcello Sorge, i cui tamburi sono attaccati alla melodia della canzone come un collante a presa rapida e che riesce a suonare uno strumento a percussione con un incredibile senso armonico, su canzoni che non sono di sicuro quadrate e "dal cranio" proposta con la solita ne è un ottimo esempio. E' sempre stato perfetto nel terzinato de "Il Deserto". Con questa band un pezzo come "Storia di Caino" ha la resa massima, perché è il pezzo con cui vieni investito dal muro di suoni nelle sue esplosioni. Stessa potenza anche per "Fratello Gentile".
Tra i brani nuovi proposti il pezzo forte è di sicuro "Donna al pozzo" con Cesare al dobro, in cui si mette da parte la potenza di cui parlavo prima per lasciare più spazio alle atmosfere più soffuse, anche se col suo incedere il ritmo ti si attacca alle ossa ed il violino ti dà quel senso di malinconia che riporta allo spirito di cui parlavo all'inizio di questo scritto. In questo senso il pezzo che da subito è diventato il mio preferito del nuovo disco (se "dite al corvo" lo era per Hellequin Song, il disco precedente) è "19 marzo", con il suo groove che ti prende allo stomaco e non ti lascia, perché sembra portarti dove non arriverai mai, con il ritmo appoggiato sorretto da una linea di basso geniale di Luca Recchia, in un brano che non esplode mai, ma che è bello proprio perché rimane fedele a se stesso fino alla fine tenendoti in sospeso sul filo del rasoio fino ad un finale che lascia perplessi perché avresti voluto continuasse all'infinito.
Rimane la speranza che finalmente la poesia di Cesare Basile abbia il giusto riconoscimento vista la produzione senza punti bassi. Acquisto del CD vivamente consigliato.
jeangiani mésce il vino | Alle 16:09 | link » commenti (2)
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InVinoRecital @ Tambourine Seregno 26/03/02008

domenica, 23 marzo 2008
InVinoVeritas
(ri)presentano
In Vino Recital
 
letture e musiche ispirate al e dal vino
 
 
 
concerto (pseudo)acustico con la partecipazione straordinaria di Hesse, Goldoni, Borges, Angiolieri, Baudelaire, Asse ed altri
 
 
 
Mercoledì 26 Marzo 2008
 
dalle ore 22,00 ad oltranza
 
 
 
al Tambourine club (info su: www.tambourine.it e www.myspace.com/tambourinelive)
in  via CARLO TENCA, 16
 Seregno (MI)
 
 
Ingresso libero con tessera ARCI
(chupito ad 1 euro-l'oSte consiglia un white russian in chupito con la variante panna chef ai funghi per essere un perfetto Grande Lebowski piemontese)
 
Gli InVinoVeritas escono dalla cantina in cui stanno registrando il secondo disco, per partecipare alla rassegna "Poesia alla Goccia", e rispolverano lo spettacolo InVinoRecital, in cui poesia, musica e vino si (con)fondono in unico evento ed in un'unica botte di quello buono.
Modi di somministrazione: InVinoRecital non è uno spettacolo da bere alla svelta come la rassegna sembrerebbe suggerire, ma da degustare con tutta calma per meglio assaporare il rito goliardico e psychetilico.
Posologia: un'unica serata...ma se vi piace InVinoVeritas si rende disponibile per qualsiasi tipo di banchetto. Locali fatevi sotto!
Controindicazioni: Nei soggetti ipersensibili crea assuefazione.
Vecchi e nuovi compagni/e di sbronze, venite a noi!
jeangiani mésce il vino | Alle 13:03 | link » commenti
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Raccolta differenziata di blues, rock’n’roll rockabilly e country: heavy trash

mercoledì, 06 febbraio 2008

 Un passo obbligato per un rocker come Jon Spencer è il ritorno alle radici di quello che lui ama urlare nelle sue esibizioni: Rock'n'Roll. Nella famosa esibizione alla tv francese gridava: the blues is no. 1, I play rock'n'nroll. Io vedo e sento il progetto con Matt Verta-Ray ed i Sadies, figlio di questa dichiarazione, con una netta ripresa di quello che furono gli albori del genere, sfociato nella produzione di due album che centrano nettamente il bersaglio per mostrare come i padri (Straycats) nonni (Elvis, Eddy Cochran) ed i bis-nonni (tutti i grandi blues-man) del genere hanno potuto inseminare la musica che fa muovere le chiappe per far nascere nipoti e degni eredi naturali come lui. Non si cerca nulla di originale nel concerto di Heavy trash (per l'occasione al Music drome di Milano), ma si trova puro divertimento nel seguire Jon Spencer che ci incita e con la sua voce dannata mentre propone musica d'annata! Altro che "spazzatura pesante" da portare fuori, questo è "puro oro" da tenersi dentro (o che lui ha tenuto dentro) come ricordo per tanto tempo(pure gold è il brano d'apertura di Going way out with heavy trash per chi non lo sapesse.. NdOste).

Dietro a lui dei musicisti con dei grandi controcoglioni cubitali (i Sadies) che dimostrano tutta la loro abilità tecnica in un concerto di  apertura, smanettando alle chitarre come gente che ha studiato giorno e notte sui metodi di Brian Setzer, fino a diventare tamarri nel loro esibizionismo tecnico, come neanche Steve Vai avrebbe osato. E se loro hanno due balle enormi nell'accompagnare in modo esemplare il concerto di Heavy Trash,  Matt Verta-Ray dimostra di avere un cuore ed un'anima altrettanto grandi, dando sentimento a tutti i pezzi, e nel momento in cui il Blues diventa il numero uno lui ci uccide il cuore con un gran tocco sulle note di Crying Tramp.
Grande padrone di casa, sul palco è Jon Spencer, incredibile performer e imbattibile nell'incitare il pubblico al divertimento ed alle danze sfrenate, con la sua voce cupa e profonda che ti penetra fino alle ossa costringendoti a muovere le chiappe. Un Elvis meno pelvico e più punk. Bene, lui dimostra che non servono grandi distorsioni per essere ribelli, perché la musica del diavolo è nata con batteria, contrabbasso, chitarre semiacustiche, con testi cantati in modo molto diretto nel suo inconfondibile stile che alterna discese nei toni bassi scavando giù verso l'inferno ad urletti riverberati stavolta meno Cramps e più rockabilly. Su kissy baby, ti immagini coppie vestite in stile happy days che si affannano a ballare rock'n'roll acrobatico con lui che si dimena facendo roteare mentre attira e respinge la sua compagna e su double line ti viene veramente voglia di darci dentro mentre Jon Spencer incita (do you wanna get down) e gli altri dietro gli fanno da eco con i cori.
E' la cosa più divertente e genuina vista negli ultimi anni in cui tutti si sono accaniti (stufando) nel recupero del post-punk, lui è riuscito a far tornar la voglia di ballare con il vero ritorno del rock'n'roooooll.
jeangiani mésce il vino | Alle 21:10 | link » commenti
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Gli alti ed i bassi di un artista: bioritmi de bioeletric tour di Morgan

giovedì, 27 dicembre 2007
Quel che mi piace di un artista è il fatto di sapere sempre come spiazzarmi e sorprendermi con ogni sua mossa. E' per questo che ammiro la gente che continua a cambiare ed evolversi senza mai fermarsi su una posizione, pur mantenendo ferme le proprie caratteristiche e facendo sentire le proprie peculiarità. E' gente come Bjork, Bowie che rende il mondo musicale un po' più vario e stimolante e meno prevedibile . Anche Morgan nel suo piccolo è capace di capire in che direzione sta andando la musica dettando gli stili ed i percorsi musicali da seguire ogni volta sorprendendomi. Dopo l'uscita di un disco molto articolato, orchestrale e sinfonico ero curioso di vedere come sarebbe stato interessante "farlo suonare" dal vivo col suo gruppo. Immaginavo un’orchestra completa con archi e fiati, ed un teatro come luogo dello spettacolo, ma al Nostro piace sorprendere, e a me piace il gioco. Prime date e lui si presenta da solo al piano in una serie di date emozionanti. Alla notizia di questo Bioeletric tour sono rimasto spiazzato e per il discorso di prima piacevolmente stupito del fatto che tornasse all'elettronica, soprattutto per supportare un disco di quel genere con un set fatto di sintetizzatori, anche perché il tutto veniva descritto come:
 
"Questa volta Marco Castoldi ha progettato un sistema misto, interamente automatizzato, ‘organismo’ di connessioni elettroniche in cui i componenti avanzati e vintage (sintetizzatori, computer, connettori, centraline a controllo voltaico, drum machines etc) hanno la stessa funzione che nel corpo umano hanno i vari organi.

Tutti gli elementi e le macchine che suonano sul palco hanno un ruolo diverso e una gerarchia stabilita dalla relazione e dalla possibilità di comunicare tra loro influenzandosi, stimolandosi, inviando e ricevendo impulsi."
 
Sulla carta un bell'esperimento, ma come tutti gli esseri umani, non tutto può essere perfetto, e spesso le grosse aspettative che uno si crea vengono disattese. Anche i grandi che ho citato prima hanno fatto dei passi falsi, e questo bioelettric tour è il passo falso di Morgan. In casi in cui si cerca di utilizzare l'elettronica in questo modo e soprattutto sui pezzi del repertorio solista di Morgan il rischio karaoke è troppo elevato. Così Amore assurdo (forse il pezzo più influenzato dal mito di sisifo di Camus insieme a "da A ad A") è apprezzabile solo per il fatto di essere stata eseguita, in quanto pezzo più bello dell'album. I brani più riusciti sono quelli che avevano già un senso in chiave elettronica e di fatti il pezzo forte è zero, che in questo tour suona come nel digital tour di zero dei bluvertigo e di sicuro meglio di quando veniva proposta in versione post-punk nei tour successivi. Anche decadenza suona bene, così come heaven in my cocktail, con il suo ritmo in loop cavalcante e l'altro pezzo azzeccato è una cover: fashion di Bowie.
Ci sta tutta ma cos'è questa crisi, che con questi suoni sintetici sembra uscita dalla colonna sonora di Arancia meccanica (Walter Carlos) e sarà forse per l'utilizzo del moog, ma è solo un intro per la crisi.
Altrove sembra una rivisitazione di Madonna negli anni 80 e non è neanche male. Contro me stesso è il pezzo che su disco non ho ancora digerito ed in questa versione ancora meno, ma lo stesso discorso vale per la cosa, che sembra essere la canzone più coinvolgente in questo tour dove le gag si ripetono nelle varie date, come da copione.
Intanto leggo che sono in previsione altre date, dj set, piano solo e cose interessanti su cui di sicuro non ci sarà da fare la conta su cosa funziona e cosa non funziona!
jeangiani mésce il vino | Alle 21:32 | link » commenti
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quel dono che la cristina donò..anzi donà.

martedì, 25 dicembre 2007

 Era da un po' di tempo che non assaporavo quella strana sensazione, quel brivido che ti percorre il corpo quando ascolti una canzone, una voce, la cui bellezza è capace di avvolgerti donandoti quel piacere istantaneo che ti porterai dentro ogni volta che riascolterai quelle note su disco. E così anche questo album (la quinta stagione) di Cristina Donà è entrato dritto nella mia classifica del cuore, complice anche la sua eccellente prova in concerto al Music Drome di Milano. Non che ci volesse una controprova, con una cantautrice come lei, che da lungo tempo era nella lunga lista dei miei preferiti, ma è bello sentire che un'eccellente prova su disco è così abilmente confermata con un'emozionante resa in concerto. Basterebbe solo l'inizio di concerto con la sottile voce di Cristina Donà che intona da sola settembre per farmi sospirare di piacere, ma si sa che in questi momenti non se ne ha mai abbastanza.

Ai momenti più timidi e sussurrati (nido, dove sei tu) e alle atmosfere eteree e tenui su cui galleggiare prevalentemente rilegate ai pezzi dell'ultimo album (come le lacrime) si contrappongono delle esplosioni di potenza nel muro di suoni liberato dal gruppo (triathlon, the truman show, stelle buone). In questa sua lunaticità sonora viene egregiamente supportata da un gruppo veramente adatto allo scopo!
Alla chitarra il sempre fedele Lorenzo Corti di cui adoro ed invidio i suoni lunghi e fluidi che sembrano sospesi nel tempo mentre dipingono melodie che ormai fanno parte integrante del suono che accompagna Cristina nei suoi lavori e che io ritengo una parte fondamentale e colonna portante nei suoi pezzi. Universo, migrazioni i pezzi più azzeccati in questo senso. L'altra parte del gruppo è fatta da ottimi musicisti presi a prestito dalla scena romana (già visti con Gazzè ad esempio) che hanno il pregio di aver reso il suono di questo concerto completo cambiando in parte veste ai vecchi brani (non che i vecchi live suonassero male..anzi, erano già perfetti di per se nelle vecchie esecuzioni, solo che fa sempre bene "tenersi in movimento").
E per accentuare il suo essere artista lunatica negli arrangiamenti, ci mette dentro anche un siparietto chitarra e voce in cui esegue il mio giardino, giusto per far capire che quando una canzone è bella in senso assoluto non servono mille stratagemmi per arricchirla, ma bastano solo chitarra e voce per farla splendere (come del resto accadeva nel tour precedente in cui si presentava in pubblico da sola), anche se come al solito tira fuori la tromba che c'è in lei (ahah) per l'assolo immancabile (che sia presa in prestito dall'amico Robert Wyatt?).
Nuovo gruppo e nuovi arrangiamenti per Invisibile, in cui la chitarra acustica rimane un po' nascosta, e dico purtroppo perché è la mia parte preferita del pezzo. Non rimane poi che dedicarmi (da solo sight) un dirompente ho sempre me che nel fiume di citazioni diventa sorprendentemente you really got me (in mezzo alle altre citazioni) cambiando totalmente il significato che stavo attribuendo a quel pezzo per allargarlo ad un discorso più completo e per chiudere il cerchio. Ed io per terminare dico che quello di Cristina Donà è uno dei live imperdibili.
jeangiani mésce il vino | Alle 19:43 | link » commenti
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E' solo rock'n'roll ma mi piace: Black Rebel Motorcycle Club

domenica, 02 dicembre 2007
Puro divertimento e svago. No pensieri. Il concerto dei Black Rebel Motorcycle Club non poteva essere che questo, tanto che secondo me la resa di un loro concerto si misura da quanto ti fischiano le orecchie dopo il concerto e per tutta la notte. Del resto è semplice rock'n'roll quello che propongono. Proprio semplice, leggero ma con dei suoni pesanti. Le loro canzoni si basano su dei semplici riff abrasivi, che tutti vorrebbero inventare perché molto efficaci e di facile presa. Nelle loro canzoni come  nei loro concerti ci sono i cliché del rock'n'roll perché dietro ad uno sempre in perfetta posa da rocker nel suo giubbotto di pelle nera (probabilmente con cozze sotto le ascelle visto il caldo, ma l'avrei fotografato per tutto il concerto per la sua esibizione) come Robert Turner e Peter Hayes  c'è Nick Jago, un batterista, contro cui ogni musicista presenta al Rolling Stone si è scagliato contro. Ebbene sì: lui propone lo stesso ritmo con poche varianti per tutto il concerto e probabilmente è stato preso nei BRMC solo perché sa almeno contare fino a 4, ma è in questo la forza del loro sound. Loro sono perfetti così, con una batteria minimale su cui sfogare i loro riff per un pubblico contento di battere il piede e muovere la testa. Con queste premesse è stato un concerto perfetto! Tutti singoloni con in mezzo il siparietto acustico prima di Robert Turner e poi di Peter Hayes giusto per ricordare che hanno fatto un bel disco che si chiama Howl e che a loro piace anche il cantautorato folk con armonica.
Ché poi Robert Turner oltre ad essere grezzo sul basso lo è stato anche al pianoforte per una promise non proprio da ricordare, mentre il vero godimento sono stati i momenti psychetilici in cui i BRMC si lasciavano andare dilatando i pezzi in improvvisazioni che sarebbero tanto piaciute al resto degli IVV, come sono piaciute a me! Ben inteso, nessun inutile virtuosismo, ma solo gran feeling e tanto viaggio con la mente. In questo senso A Sure as the sun e Red Eyes and Tears da brividi, come del resto su disco. In questo marasma generale anche i pezzi di Baby 81 non sfigurano...
jeangiani mésce il vino | Alle 22:53 | link » commenti
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rufus non è un ruffiano

lunedì, 26 novembre 2007

Un'esibizione di un'oretta scarsa quest’estate è stato un peccato che non sarà mai perdonato agli organizzatori del concerto di Rufus Wainwright nella cornice spettacolare del teatro vittoriale, in cui lo splendore della musica era messo in primo piano di fronte ad una vista spettacolare sul Lago di Garda.  E' bastata quell'oretta di Rufus in completo rosa (mmm..proprio come Umberto Bindi qualche anno fa, e con l'Artista italiano si possono fare diversi paralleli musicali e non..) a conquistarmi ed a farmi capire che un concerto di Rufus era per me un evento da desiderare con tutte le forze  fino a farlo diventare realtà in quello che è stato il miglior concerto dell'anno, al conservatorio di Milano il 24/11/2007. Un luogo dello spettacolo che farebbe paura a molti, soprattutto ad uno come Rufus, figlio d'arte (Loudon Wainwright III) che di musica ne mastica parecchia e che invece in quel luogo si trova a proprio agio, dimostrando con arrangiamenti, eccezionali capacità interpretative di meritare un concerto al conservatorio di Milano. A dir la verità, per tutto il concerto cerca di esorcizzare il timore reverenziale verso il nome che porta quel posto e sul fatto di essere a Milano, la città della Scala! Proprio lui, che in alcune canzoni e nel modo di cantare esprime tutto il suo amore per l'opera. Ad esempio  propone un'opera tradizionale irlandese, a dir suo non sempre proposta in questo tour, ma per l'occasione messa in risalto ed  eseguita senza amplificazione, in modo magistrale. Gioca in mezzo ad uno dei suoi successi quando in eseguendo l'assolino nel mezzo di Cigarettes and Chocolate Milk esclama: oh mio Dio, sono in una scuola di musica!! Lui sembra nato per stare su un palco a dialogare col pubblico. Non è un ruffiano che cerca di accaparrarsi gli applausi ed i favori del pubblico, ma tratta i suoi spettatori come amici da intrattenere con le sue chiacchiere e storielle risultando una persona estremamente divertente a dispetto di alcune sue canzoni interpretate in modo estremamente malinconico. La sua voce potrebbe in queste canzoni essere giudicata "ruffiana", nell'interpretazione melensa nel rimanere spesso appeso alle note all'eccesso, con frequenti vibrati, ma proprio in un conservatorio bisognerebbe riconoscere in lui, non l'essere ruffiano quanto l'amore per il bel canto e le sue immensi doti nell'applicare tecniche classiche nell'ambito "leggero" della musica pop, che proprio negli arrangiamenti raffinati che propone sia dal vivo che su disco diventano cultura "pesante"!

Ad accompagnarlo un gruppo di tutto rispetto e coi controcazzi (ricordo Gerry Leonard alla chitarra, solo per averlo già incontrato sul palco di Bowie, con suo stile particolare, ed un suon particolarmente "orchestrale") nell'assecondare le fantasie del Rufus, proponendo una resa live perfetta, per dei dischi pieni di piccole sfumature, e grazie ad un gran lavoro di arrangiamento barocco tutti i piccoli dettagli vengono alla luce durante il concerto. Mancherebbero gli archi, ma se la sezione di fiati rende così bene perché appesantire ancora di più? Del resto basta un pezzo arrangiato con due bassi ed un contrabbasso per stupirmi nella sua perfezione in un set così strampalato ché mai sarei riuscito ad immaginare così ben fatto (leaving for Paris no.2). Ma alcune grandi canzoni non hanno bisogno di tutti questi orpelli per risaltare, ed ecco allora in alcune fasi il Nostro da solo sul palco, col pianoforte e la sua voce ricca di sfumature (the art teacher ad esempio).
Di certo l'abbigliamento glam fa a pugni con tutta questa musica alta, ma questo fa parte della sua personalità giocosa e del suo personaggio animale da palco/intrattenitore, che semmai aiuta ad avvicinarsi in modo leggero a questa musica "pesante". Qualche sbavatura qua e là nei suoni (piano a volte impastato, ed a volte una batteria troppo intrusiva), per un concerto a cui non si poteva chiedere di meglio. Molti i brandi dall'ottimo e consigliatissimo (il mio preferito) ultimo album Release the stars, a cominciare dalla title track spesa in inizio concerto, seguita dalla  stupenda going to a town, pezzi in cui i miei occhi sono più luccicanti (colpa delle lacrime agli occhi?) delle cielo stellato riprodotto dalle luci del palco, cosa che peraltro si ripeterà nell'unico errore riscontrato in scaletta: l'ottimismo e la felicità sentimentale di Rufus hanno messo prima not ready for love e di seguito in risposta slide show (do I love you? yes I do), mentre il mio pessimismo avrebbe messo l'affermazione di slideshow prima della risposta piccatoria di not ready for love. Per fortuna ci sono pezzi che riportano la calma interiore ed il sorriso sulle labbra come between my legs (con ospitata di due fans sul palco per la parte parlata in mezzo al brano, come Lui usa fare in questo suo tour) e Sanssouci, col loro incedere allegro e le melodie che ti mettono in pace col mondo.
C'è spazio anche per un paio di pezzi (A Foggy Day (in London Town) e If love were all) dell'album in uscita dedicato a Judy Garland (Rufus does Judy at Carnegie Hall) che si preannuncia un bel progetto.
Aggiungo l'apertura a Brodway, con 14th street, l'altro amore del Nostro, esplicitato durante il concerto, tra l'altro con un pezzo in cui dopo aver misteriosamente indossato un accappatoio per due brani al pianoforte (Poses e Complainte de la Butte se ben ricordo) svela , spogliandosi delle calze a rete e si mette il rossetto e degli orecchini per eseguire un divertente balletto sui tacchi insieme alla sua band. Finale con Gay Messiah...ancora truccato.
 
Ste want mille (di questi concerti)
jeangiani mésce il vino | Alle 22:44 | link » commenti
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Prossime Sbronze con Noi

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-26 marzo 2008

-InVinoRecital

letture e musiche ispirate al e dal vino

concerto (ENO-core)acustico con la partecipazione straordinaria di Hesse, Goldoni, Borges, Angiolieri, Baudelaire, Asse ed altri

al

TAMBOURINE CLUB in VIA CARLO TENCA 16,SEREGNO(MI); www.tambourine.it, www.myspace.com/tambourinelive

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I vini della settimana

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-Mercoledì 26 Marzo 2008

-InvinoVeritas presentano InvinoRecital TAMBOURINE CLUB in VIA CARLO TENCA 16, SEREGNO

-Morgan + Fabio Cinti a Le Scimmie Via Ascanio Sforza 49 (Milano)

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-Giovedì 27 Marzo 2008

-Lele Battista al Dynamo in Piazza Greco 5 (Milano). Ingresso gratuito.

-DAVE MULDOON feat. CESARE BASILE + BOBBY MACINTYRE (ex Twilight Singers) + BORDE-AUX al GARAGE in VIALE ERCOLE MARELLI 280 a SESTO S. GIOVANNI(MI) INFO:www.garage-milano.it

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-Venerdì 28 Marzo 2008

-LARA MARTELLI al GARAGE in VIALE ERCOLE MARELLI 280 a SESTO S. GIOVANNI(MI) INFO:www.garage-milano.it

-OFFLAGA DISCO PAX E SUSIE BIG HAND al jail in Via Pietro Micca 78 (Legnano)

-MAO info su: http://www.suoneriasettimo.it/ Suoneria Settimo Via Partigiani, 4 Settimo Torinese (To) Ingresso: GRATIS

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-Sabato 29 Marzo 2008

-RAIZ a LA SUONERIA in VIA DEI PARTIGIANI 4 a SETTIMO TORINESE (TO) www.suoneriasettimo.it

-OFFLAGA DISCOPAX all'Hiroshima Mon Amour Via Bossoli 83 - Torino

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-Domenica 30 Marzo 2008

-Porthishead a MILANO – ALCATRAZ Via Valtellina, 25 Prezzo del biglietto € 32.00 + diritti di prevendita

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I consigli dell'oSte (vini mossi e vini fermi)

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-Si Concertano i concerti (aggiornata al 06/01/2008)-

Scarica la lista completa dei concerti cliccando qui

ovvero la famosa e-mail in formato testo (Tutto quello che avreste voluto sapere sui concerti e non avete mai osato chiedere)

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